martedì 30 maggio 2017

Ti racconto | Fahrenheit 451 di Ray Bradbury

"Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse." Uno degli incipit più famosi e anche uno dei più evocativi. Farhenheit 451 è un romanzo famosissimo, possiamo dire di culto e praticamente mancavo solo io all'appello delle persone che lo hanno letto, apprezzato e annoverato come un grande classico da leggere una volta nella vita. Anche perché descrive una realtà distopica che è un po' l'inferno di tutti noi lettori accaniti: una società in cui i libri sono proibiti, esattamente un vero e proprio incubo. Non è un romanzo perfetto ma sicuramente mi è piaciuto moltissimo. Partiamo dall'inizio anche se la storia credo sia nota più o meno a tutti.
Il romanzo è diviso in tre parti e il nostro protagonista, Guy Montag, è un “pompiere” che, anziché prevenire gli incendi, brucia libri nel rispetto della legge che proibisce la lettura o il possesso di qualsiasi materiale cartaceo. In questa società del futuro, infatti, coloro che nascondono libri nelle loro case sono sovversivi, mentre gran parte della popolazione è succube della televisione e dell’apparecchio radio che ciascuno porta all’orecchio, che costituisce il mezzo con cui la dittatura diffonde la propria ideologia allontanando le preoccupazioni per una guerra che pare imminente contro un nemico imprecisato. Ad aiutare il gruppo di incendiari cui Guy fa parte, c'è il Segugio Meccanico che avverte la presenza di sovversivi ed è progettato per sbranarli. Guy all'inizio adora il suo lavoro, per la sensazione di potere e controllo che gli trasmette, ma la sua vita è tutt'altro che felice. Sua moglie Mildred, profondamente infelice, non ha praticamente alcun tipo di comunicazione con lui e vive davanti ai megaschermi che coprono gran parte delle pareti di casa, succube della tv e delle poche informazioni filtrate che il Governo trasmette.

Fahrenheit 451 è uno di quei romanzi distopici tanto potenti quanto spaventosi, proprio perché designano mondi irreali e fantastici ma allo stesso tempo tremendamente vicini alla nostra contemporaneità e non poi così astrusi come invece dovrebbero essere. 
E' una critica dissacrante alla società e una profonda riflessione sul valore dei libri, della cultura e, più in generale, del libero pensiero contro le imposizioni dei regimi. 
Al centro del romanzo vi è anche il ruolo invasivo giocato dai mass-media, il cui potere acquista sempre maggiore forza, spazzando via qualsiasi altro mezzo di informazione. In particolare la televisione, il cui mega schermo occupa praticamente tutte le pareti di casa, è il mezzo principale di comunicazione, attraverso cui il regime trasmette solo le informazioni che vuole far trapelare. Le immagini trasmesse, prive di un qualsiasi spessore contenutistico, si riflettono perfettamente nelle menti vacue degli spettatori, succubi di riflessi illusori di una vita reale. Alla superficialità dei contenuti televisivi si contrappone la creatività e l'immaginazione contenuta nei libri. La lettura è un mezzo per elevarsi, creare un proprio pensiero libero e critico e per questo deve essere eliminato, bruciato. Lo scopo è debellare qualsiasi pensiero indipendente, personale, considerato diverso, in quanto ritenuto nocivo per la società. 
La stessa contrapposizione la troviamo nei personaggi. Clarisse, la giovane vicina di casa di Guy, personifica l'immaginazione e l'originalità, andando contro l'ordine costituito, scombussolando le regole e mostrando a Guy un'altra chiave di lettura della propria vita. 
La figura di Clarisse fa da specchio a quella di Mildred, moglie di Guy. Mildred rappresenta l'infelice assuefazione alle imposizioni del regime. E' soffocata da una quotidianità in cui la presenza morbosa dei media la rende impassibile e apatica nei confronti della realtà che la circonda, infatti non prende mai coscienza della sua esistenza basata su una realtà virtuale fittizia e, anzi, continua a condannare i libri in favore di quei mega schermi che le offuscano la mente e la intrappolano nei suoi stessi limiti.
Il comandate della squadra di incendiari, Beatty, è poi è il personaggio negativo per eccellenza. E' un personaggio pericoloso ma anche un oratore straordinario, per questo Guy ha un timore reverenziale nei suoi confronti. Il ruolo opposto a quello di Beatty è occupato da Faber, professore di inglese che assume il ruolo di mentore per Guy, guidandolo verso la conoscenza.  Questa coesistenza di personaggi positivi e negativi costituisce una società in cui è estremamente difficile scegliere di andare contro l'ordine prestabilito e ribellarsi alle assurde imposizioni di regime.

E' un romanzo molto bello e sicuramente sa toccare le corde giuste per smuovere qualcosa nel lettore. Non è perfetto, secondo il mio gusto personale ovviamente, sia per lo stile in certi casi fin troppo poetico, sia per alcuni passaggi che mi sono apparsi troppo caotici. Resta senza dubbio un classico intramontabile e soprattutto per la potenza del messaggio: leggere crea indipendenza.

venerdì 12 maggio 2017

Ti racconto | Cecità di José Saramago

Stavo fissando la pagine bianca prima di iniziare a scrivere questo post e ho pensato che è proprio buffo il collegamento che il mio cervello ha istintivamente fatto. Il bianco latte che pervade gli occhi, la mente e qualsiasi senso è accecante. Un gioco di parole infelice, forse, che dopo la lettura di questo romanzo non avrà nemmeno più senso. Sto già divagando e svarionando peggio del solito ma sapevo che sarebbe accaduto. Il punto è che Cecità di José Saramago non solo è un romanzo bellissimo e intenso, ma è proprio uno schiaffo ben piazzato all'ego umano. 
Quindi, riavvolgiamo e partiamo daccapo. 
Siamo  in un tempo e un luogo imprecisati, all'improvviso l'intera popolazione diventa cieca per un'inspiegabile epidemia. Chi è colpito da questo male si trova come avvolto in una nube lattiginosa e non ci vede più. Le reazioni dei protagonisti sono, ovviamente, devastanti, con un'esplosione di terrore e violenza e gli effetti di questa patologia sulla convivenza sociale risulteranno drammatici. I primi colpiti dal male vengono infatti rinchiusi in quarantena all'interno di un ex manicomio per la paura del contagio, e qui si manifesta tutto l'orrore di cui l'uomo sa essere capace. Tra la violenza e la lotta per la sopravvivenza si inserirà la figura di una donna che, con un gesto d'amore, ridarà speranza all'umanità. 

Chiudete gli occhi e pensate per un secondo di vedere solo bianco, tutto bianco e nient'altro che bianco intorno a voi. Pensate ora all'orrore che provereste se aprendo gli occhi questo bianco persistesse, insinuandosi nella vostra mente, nei vostri incubi. Magari capiterà mentre siete fermi al semaforo ad aspettare il verde, dopo una lunga giornata di lavoro o mentre siete in fila alla cassa al supermercato o mentre fate l'amore. Saramago ci trascina in un vortice senza uscita, una sorta di universo parallelo irreale e spaventoso. Ma la cosa più spaventosa, la cosa veramente grottesca, è che la realtà distopica messa su da Saramago è tremendamente vicina alla nostra contemporaneità. Se è vero che l'uomo si distingue dagli animali grazie all'uso cosciente della ragione, qua assistiamo a un rovesciamento dei ruoliL'uomo perde la vista e con essa qualsiasi tipo di moralità. Il raziocinio viene spazzato via, sostituito dall'egoismo, bestia nera che cova e si rafforza nell'animo umano. I personaggi sono ciechi non solo nel senso letterale del termine, ma sono accecati dall'odio, dall'irrazionalità, prostrati a schiavi dei più gretti e rudi impulsi carnali, animaleschi. Non c'è nessuna volontà di opporsi, l'uomo si rivela per quello che realmente è, una bestia egoista incline alle più abiette decisioni pur di salvaguardare se stesso. Non c'è nessuna volontà di appellarsi a una qualsiasi etica morale, per non trascorrere la vita nell'oscurità simili alle bestie che natura volle chine a terra e schiave del ventre, come diceva Sallustio. E' come se perdendo la vista, l'uomo perdesse il senso critico, la ragione capace di distinguere tra giusto e sbagliato, bene e male. Non a caso, nel linguaggio comune si usa l'espressione "lume della ragione", che si confà ai pilastri dell'Illuminismo, usare i lumi della ragione contro il buio dell’ignoranza. Ed è proprio da questo vortice di buia ignoranza che l'uomo deve uscire facendo leva sulla sua coscienza, sulla sua moralità. A un certo punto della narrazione mi è venuta in mente quella frase del film Nuovo Cinema Paradiso (di Tornatore, 1988) che dice proprio "ora che ho perso la vista ci vedo di più". Ma in questo caso, quello che si vede altro non è che la vera natura umana: egoista, abietta, prepotente. 
Saramago è un incantatore; la sua prosa, sospesa tra il filosofico e il profetico, è lirica ed allegorica. Tutto ha una seconda chiave di lettura, da inserire in un contesto più grande. Ad esempio nella seconda parte quando entrano in una chiesa e le figure hanno gli occhi bendati o ancora quando incontrano lo scrittore cieco (che per quanto mi riguarda, potrebbe essere Saramago stesso) che sta scrivendo un libro sull'epidemia, anche se non può vedere (la letteratura può salvarci o è anch'essa speranza vana?). 
Lo stile narrativo di Saramgo è potente; ti spezza il fiato. Ad esempio nei dialoghi vengono omessi i caporali e questo contribuisce a creare quel senso di oppressione, claustrofobia, vertigine e sofferenza in cui vivono gli internati. Riesce a creare tutto questo senza connotazioni temporali o fisiche, senza nomi o volti. A cosa servono? A cosa serve un nome? Siamo tutti uguali. 
Il finale è uno squarcio di speranza, come un pallido sole che fa capolino in un mare lattiginoso. Potrà tornare tutto come prima, dopo aver visto e sperimentato sulla propria pelle di cosa è capace l'avarizia umana? E' la sfida umana, fuggire al mare lattiginoso che ci ottenebra la mente. 

venerdì 5 maggio 2017

April wrap up | Le cose di Aprile

Ma Aprile è già finito? Cosa è successo? Qualcuno fermi il tempo, perdio.
Aprile se n'è andato piuttosto in fretta e come ogni mese raccolgo le idee su tutte le robe che ho letto, sentito, visto e ascoltato e ne sproloquio abbondantemente. Sono soddisfatta perché districandomi tra mille consegne, esami e lezioni sono incredibilmente riuscita a leggere un sacco di robe belle.

Libri
Ho iniziato alla grande con Elementare Cowboy di Steve Hockensmith edito per Casa Sirio Editore. Non conoscevo assolutamente questo autore, ma seguendo la casa editrice sulla loro pagina Facebook, questo titolo mi era saltato all'occhio. Tra l'altro presi questo libro al Pisa Book Festival a Novembre, quindi già molti mesi fa, ma solo ad Aprile mi sono decisa ad immergermi tra cowboy e fuorilegge.
Siamo nel  Montana. I due fratelli Old Red e Big Red sono cowboy in cerca di fortuna. Old Red è riflessivo,silenzioso, intelligente e soprattutto fanatico di Sherlock Holmes. Big Red è scanzonato, ha una passione per alcool e donne (e non fa niente per nasconderlo). Giunti al ranch "Dollaro Barrato" per qualche mese di lavoro, si imbattono nel cadavere dell'amministratore. Big Red prega suo fratello di non intromettersi nella vicenda ma, quando anche un loro compagno viene ritrovato con una pallottola in testa, Old Red decide di emulare il maestro Sherlock Holmes e risolvere il caso. Tra cowboy, fuorilegge, e assassini la ricerca del colpevole porterà i due protagonisti in un vortice di segreti e omicidi da cui solo l'arguzia del grande maestro inglese potrà salvarli. E' stata una lettura davvero piacevole. La trama è rocambolesca, un sacco di avvenimenti si susseguono l'uno all'altro e seguiamo il corso delle indagini partecipando a tutti gli snodi più improbabili, dalle piste cieche, ai colpi di scena fino alla risoluzione dell'enigma. ll personaggio di Old Red, un novello Sherlock Holmes nei panni di cowboy, mi è piaciuto tantissimo. Sulle orme del suo beniamino cerca di riscattarsi mostrando le sue abili doti investigative. Senza contare che con il fratello formano una coppia vincente ma soprattutto esilarante. La nota piacevole di questo romanzo secondo me sono proprio i dialoghi, botte e risposte pungenti e davvero divertenti, proprio come in un duello tra cowboy. Se poi siete fan di Sherlock Holmes è da leggere sicuramente. 

Il secondo libro che ho letto è Tredici di Jay Asher. Nel corso dello scorso mese (e di questo e anche di quelli che verranno, temo) non si è praticamente parlato d'altro, complice la serie tv lanciata da Netflix si è discusso di Tredici praticamente ovunque. Io per prima ne ho già parlato in un post specifico (ne blatero a volontà qui) quindi non mi ripeterò. In breve non mi è piaciuto, l'ho trovato superficiale e a tratti veramente fastidioso. Ho visto anche la serie tv e mi è piaciuta sicuramente più del libro, soprattutto dal punto di vista "estetico". Sono state cambiate diverse cose rispetto al romanzo che hanno cercato di dare un po' di spessore alla trama, enfatizzando certe scene o certe decisioni dei personaggi ma, nonostante tutto questo, ci sono troppe cose che non mi convincono appieno. Secondo me manca tutto un approfondimento della parte psicologica che, se vuoi parlare di suicidio, è fondamentale. Il messaggio alla base resta comunque importante e imprescindibile, ovviamente è sempre bene che si parli di bullismo e si crei un senso di responsabilizzazione, soprattutto nei più giovani. 

Per rimanere in tema bullismo, nel mese di Aprile ho deciso proprio di fare una full immersion nel mondo dei più giovani (sarà che i 25 si avvicinano e faccio di tutto per credermi più giovane? Chissà). Ho letto Lo Sfigato di
Susin Nielsen, un libricino che nella sua semplicità mi ha conquistata totalmente. 
Ambrose Bukowski ha dodici anni ed è, per sua stessa ammissione, uno sfigato,cioè il bersaglio preferito di tutti i bulli della scuola. Ma non per questo si lascia scoraggiare: prende le cose con filosofia e vive la solitudine coltivando quella che è la sua vera passione, nonché l'unica cosa in cui veramente eccelle: lo Scarabeo. Quando per uno scherzo stupido dei compagni rischia di morire, la sua ultraprotettiva mamma decide di ritirarlo da scuola e farlo studiare a casa. È così che Ambrose si imbatte in Cosmo, il figlio venticinquenne della coppia greca che vive nell'appartamento sopra il suo. Il ragazzo è appena uscito di galera e per questo, ovviamente, la mamma di Ambrose gli proibisce anche solo di avvicinarsi a lui. Ma Cosmo ha l'età giusta per accompagnare Ambrose di nascosto al club di Scarabeo a cui sua madre gli ha vietato di iscriversi, ma non andrà tutto secondo i piani. E' un romanzo per ragazzi e nonostante sia piuttosto semplice mi è piaciuto molto. Attraverso gli occhi del ragazzino si affrontano il bullismo, l'amicizia, i pregiudizi e anche la crescita in modo sì serio ma allo stesso tempo anche scanzonato, proprio come farebbe un adolescente. 

Infatti, sempre per rimanere in ambito romanzi per ragazzi, ho letto Danza sulla mia tomba di Aidan
Chambers. Questo autore mi attrae molto, avevo letto Cartoline dalla Terra di nessuno con cui già mi aveva conquistata e piano piano voglio recuperare tutto. Aidan Chambers è noto per essere un grande scrittore per ragazzi, ma questo romanzo, nonostante venga appunto classificato sotto la letteratura per ragazzi, secondo me non ha età non ha target. Hal viene sorpreso a ballare sulla tomba di Barry Gorman, suo amico morto in un incidente di moto. L'assistente sociale chiamato a indagare sullo stato di salute mentale di Hal redige un rapporto. A questo s'intreccia il racconto del ragazzo, che ripercorre gli avvenimenti dell'estate: come ha conosciuto Barry e la relazione che è nata tra loro. Tutti i pensieri, le insicurezze, l'estasi e l'incertezza di ogni amore nascente, l'attrazione e lo scontro di due personalità opposte. La trama di per sé appare piuttosto semplice ma quello che rende questo romanzo unico sono proprio i personaggi, con tutte le loro paranoie, le loro insicurezze e tutto il vortice di emozioni che ne consegue. I personaggi sono caratterizzati nella loro interezza; si va a esplorare la loro sfera emotiva e sentimentale, che li mostra per quello che sono, cioè adolescenti fragili e insicuri alle prese con i primi dubbi esistenziali. Ma la cosa che più li rende reali è la presenza di una sfera sessuale. Di solito negli young adult è difficile trovare riferimenti espliciti (ma mai volgari eh) alla sessualità dei personaggi, come se questi non avessero impulsi o desideri. Aidan Chambers, attribuendo finalmente una dimensione sessuale a questi personaggi, fa sì che siano più veri, più concreti. Un bellissimo romanzo di formazione veramente per qualsiasi età. 

 Cambiando totalmente genere, due romanzi che ho letto (appartenenti allo stesso "genere", diciamo così) sono Superwoobinda di Aldo Nove e Zoo di Isabella Santacroce. Ne ho sproloquiato nel post precedente quindi non mi dilungherò oltre.
Superwoobinda mi è piaciuto tantissimo. E' una raccolta di racconti assolutamente folle e fuori di testa, in cui trash e pulp si fondono e creano un'aspra e cruenta critica alla società della televisione e del consumismo. Capisco che possa non piacere a tutti, sia per le scene cruente che per il linguaggio sboccato ma per me rimane un qualcosa di meraviglioso. Sulla stessa lunghezza d'onda ho letto Zoo di Isabella Santacroce. Questo romanzo in realtà non fa un uso del linguaggio particolarmente volgare ma è veramente un pugno allo stomaco. Una storia che trasuda odio e rabbia al punto di far venire una morsa allo stomaco per il dolore. In generale, se siete impressionabili o deboli di stomaco non consiglio particolarmente queste filone narrativo. 

Ultimo romanzo del mese è La Campana di vetro di Sylvia Plath. Unico romanzo di quest'autrice, fortemente autobiografico. Esther è una diciannovenne di provincia e una studentessa brillante, tanto che ottiene una borsa di studio a New York per lavorare in un'importante rivista. Nonostante si prospetti davanti a lei un futuro dalle più ampie aspettative, Esther accusa un malessere interiore, una forma di depressione silenziosa e subdola che piano piano la trascina a fondo. E' un romanzo che mi è piaciuto molto, in tutta la sua intensità e crudezza. Si traccia  un quadro critico della società, della condizione della donna e delle convenzioni sociali. La campana di vetro a cui si fa riferimento rappresenta un guscio soffocante in cui la protagonista vive e attraverso cui filtra la sua cognizione del mondo esterno. L'io individuale è continuamente sottoposto a continue pressioni riguardo codici di comportamento, aspettative, comportamenti ben precisi di fronte a cui si può accettare un compromesso o forzare un distacco rischioso e potenzialmente traumatico. Il senso di inadeguatezza e di insicurezza è palpabile e soffocante, come una mano invisibile che ti stringe alla gola e ti trascina sotto la campana di vetro, lasciandoti indifeso e inerme. 

Film & Serie Tv
Per quanto riguarda i film, nel mese di Aprile ho visto solo La Bella e la Bestia, al cinema. Carino ma niente di eclatante. Non ho ben capito la diatriba per quanto riguarda le canzoni, io l'ho visto in inglese (sottotitolato in cinese, mi pare giusto) e carino, una bella trasposizione, ma non mi ha emozionato particolarmente. 
Di serie tv ho visto solo Thirteen Reasons Why su Netflix, di cui basta giuro non parlerò più. 

Musica
Nel mese di aprile e in questo ultimo periodo in generale sono regredita alla mia fase adolescenziale più torbida, quindi come una vera teenager ecco la mia top five super giovane.
L'Anima non conta degli Zen Circus
Viva sempre degli Zen Circus
How Soon Is Now? degli Smiths
Asleep sempre degli Smiths
I Luv The Valley Oh degli Xiu Xiu 

E dopo questa mini playlist posso sentirmi un po' più giovane dentro e dormire serena. 

mercoledì 3 maggio 2017

Sui Giovani Cannibali e altre cose Pulp

Negli anni Novanta del XX secolo assistiamo a un cambiamento nella letteratura italiana. Per la prima volta, infatti, proliferano testi estremamente violenti e aggressivi caratterizzati da uno stile vorace completamente diverso rispetto a quello cui eravamo abituati in Italia. Proprio in questi anni assistiamo anche alla nascita di un esiguo gruppo di giovani scrittori che fanno capolino nel panorama letterario italiano. Molteplici sono le etichette che gli vengono affibbiate, alcune più appropriate come "scrittori dell'eccesso" o "neo-avanguardisti", altre più visionarie come "narrative invaders" o, per l'appunto, "cannibali". I protagonisti principali di questa nuova corrente letteraria sono Niccolò Ammaniti, Tiziano Scarpa, Aldo Nove e Isabella Santacroce. 
L'appellativo di Cannibali ricade addosso a questi autori, come un abito che li calza a pennello, grazie alla "prima antologia italiana dell'orrore estremo", intitolata appunto Gioventù Cannibale. Questo volume, a cura di Daniele Brolli, venne pubblicato a per la prima volta nel 1996 da Einaudi editore. Si tratta di una raccolta di racconti, in cui “undici sfrenati, intemperanti, cavalieri dell’Apocalisse” (come vengono definiti dallo stesso Brolli), inscenano situazioni visionarie, deliranti e al limite del paradossale. Gli autori in questione sono Niccolò Ammaniti, Aldo Nove, Luisa Brancaccio, Alda Teodorani, Daniele Luttazzi, Andrea I. Pinketts, Massimiliano Governi, Matteo Curtoni, Matteo Galiazzo, Stefano Massaron e Paolo Caredda. Il termine "Cannibali" gli viene definitivamente cucito addosso dai media dopo l'uscita della raccolta, a sottolineare una serie di caratteristiche che li accomuna, come il desiderio di liberarsi dai vincoli delle convenzioni letterarie e dalle teorie manieristiche dei loro predecessori.  Questo filone viene definito anche narrativa pulp; bisogna pensare, infatti, che nel 1996 in Italia arriva anche la famosa pellicola Pulp Fiction di Quentin Tarantino a stravolgere la percezione della narrazione e le modalità del racconto. Il termine pulp letteralmente significa "polpa" e porta subito la mente a pensare a qualcosa di viscido, vischioso come una poltiglia. Anche se in letteratura questa definizione si era già vista (basti pensare a Charles Bukowski e alla sua famosa opera chiamata appunto Pulp), nel caso dei Cannibali mantiene sì la stessa accezione, ma con una sfumatura diversa. I racconti dei Cannibali si distinguono per la presenza di storie terribili, assurde, paradossali ma, soprattutto, esasperate. Partendo da una realtà verosimile o quantomeno fittizia, si creano storie basate su paradossi tragicomici (a volte anche solo tragici) e si esaspera questa realtà fino a renderla la brutta copia di se stessa, un grottesco e macabro universo parallelo. Da un primo sguardo in superficie lo scopo della scrittura è provocare brividi di repulsione, mostrare un mondo pulp che gronda crudeltà e terrorizza con la sua mancanza di qualsiasi tipo di moralità. L'orrore, la violenza e il grottesco narrati dai Cannibali sono una vera e propria "testimonianza ieratica del male" (Emanuele Trevi, Spazzatura e violenza: sull’estetica cannibale).
Leggendo il tutto in chiave critica o cercando almeno di scavare più a fondo, vediamo chiaramente come il fine ultimo della scrittura dei Cannibali resta sì sconvolgere il lettore, cercando di scuoterlo dal suo intorpidimento, ma va ben oltre. Mostrano una realtà talmente esasperata da essere la parodia di se stessa. Le vicende narrate, che sembrano così astruse e paradossali tanto sono estreme non sono altro che una feroce satira verso la realtà che ci circonda. Il critico Marino Sinibaldi paragona il loro atteggiamento al “civettare con l’orrore", perché le disgrazie e la violenza vengono narrate con disincantata allegria. La scrittrice Julia Kristeva sottolinea come la realtà messa in scena dai Cannibali sia sdoppiata "tra il disgusto e il riso, l’apocalisse e il carnevale". A proposito dell'antologia Gioventù Cannibale, Daniele Luttazzi sostiene che "fu un'antologia profetica: intellettuali come Mauri e Guglielmi la criticarono perché secondo loro conteneva una narrativa lontana dalla realtà italiana. Dopo qualche mese, l'Italia conobbe i casi del mostro di Firenze, del serial killer ligure, di Erika e Omar, dei satanisti lombardi eccetera. Gli artisti hanno le antenne e sentono in anticipo quello che sta per arrivare". Dei veri e propri visionari dell'assurdo.

Tutto questo entusiasmo per questa "corrente letteraria" è riemersa in me nell'ultimo periodo. Niccolò Ammaniti è uno dei miei scrittori preferiti in assoluto e avevo letto la raccolta Gioventù Cannibale un
bel po' di anni fa. E' un filone che mi stuzzica particolarmente e proprio per questo lo scorso mese ho deciso di recuperare un paio di chicche che mi ero persa per la via. Il primo libro è Superwoobinda di Aldo Nove. Conoscevo già l'autore,  di cui avevo già letto "Amore mio infinito" (tra l'altro letto in seconda o terza media e l'avevo adorato, meraviglioso) e "Fuoco su Babilonia" (una raccolta di poesie che invece non mi aveva entusiasmato particolarmente). Superwoobinda è una raccolta di racconti che, detto senza mezzi termini, o si ama o si odia (come del resto un po' tutti i Cannibali). Io, manco a dirlo, l'ho adorato. Sono racconti assolutamente folli e allucinanti ma secondo me incarnano perfettamente il "modello cannibale" secondo cui, partendo da una realtà apparentemente normale, si snodano risvolti inaspettati, talvolta violenti e disturbanti, tanto da rendere il tutto un enorme caricatura grottesca e bizzarra. I racconti di Superwoobinda sono brevi (una media di due pagine e mezzo), immediati, si interrompono con parole tronche lasciate sospese lì a mezz'aria, spesso senza punteggiatura. Sono stati paragonati a trasmissioni televisive, o meglio, al risultato che si ottiene quando una persona, seduta in poltrona, fa zapping con il telecomando, scorrendo tra le migliaia di notizie, telegiornali, stragi, volti, nomi, pubblicità. Una sfrenata satira nonché una lucida critica verso il mondo della televisione, del consumismo, delle stragi folli, del trash tracotante. Mi rendo conto che sia estremo (a tratti esageratamente volgare) e che quindi si sia portato dietro commenti non troppo entusiastici da parte della critica ma, secondo me, resta comunque uno specchio sulla cruda realtà della nostra contemporaneità (in questo caso in realtà parliamo degli anni 90, popolati dalle varie Ambra Angiolini e Spice Girls, ma cambiando i nomi con qualcosa di attuale, il risultato non cambia), in cui situazioni che sembrano così cruente e mostruose siano invece estremamente (e tragicamente) realistiche. 
"La vita è praticamente un concerto delle All Saints, qualcosa di brutto. Le Spice, sono qualcosa di superiore."

L'altro libro è Zoo di Isabella Santacroce, un'autrice di cui non avevo mai letto niente. Per descriverlo veramente in tre parole, direi che questo libro è un pugno allo stomaco. Di quelli dati bene, con forza. Un padre remissivo, una madre esuberante, una figlia candida (che non lo è poi così tanto) e lo zoo intorno a loro. Una gabbia che loro stessi hanno costruito intorno a loro, con sbarre fatte di odio mascherato da amore, ricatti e sentimenti repressi. Il fulcro fondamentale di questo romanzo non è tanto la trama di per sé (di cui non voglio svelare troppo, è una piacevole agonia scoprirla piano piano, con estrema cautela), quanto le sensazioni e le emozioni imprigionate nello zoo. Questo romanzo trasuda rabbia, rancore, cattiveria e vi farà venire un nodo alla bocca dello stomaco e corrucciare la fronte per il dolore che sprigiona. Dal rapporto padre-figlia morboso e indissolubile a quello madre-figlia che causerà un vortice di odio e risentimento tanto potente da spazzare via qualsiasi sentimento vero, puro. Tutto è corrotto dalla rabbia, da quel bisogno primitivo che ci rende tanto simile a bestie che seguono l'istinto, gli impulsi primordiali. Meraviglio e massacrante, per lo stomaco e per l'anima.